Riflettendo sui referendum

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Grazie ai miei studi di economia, trovo una BOIATA grossa come una casa mettere in mano al popolo (anziché ad una commissione tecnica - meglio specificare: DI INCENSURATI) una questione complessa come lo sviluppo energetico di un Paese.

Oltretutto, a poca distanza dalla faccenda di Fukushima.
E ai giapponesi è anche andata bene: pensate se fosse stata:

1) una centrale a petrolio (strage della fauna marina immediata)
2) costruita con gli appalti truccati ed il cemento sabbiato ecc. ecc.


Tornando a noi, con un po' di buon senso, non è che ci siano due scelte "nucleare sì" e "nucleare no": ci sono un sacco di modi e di tempi possibili sia per "fare il nucleare" sia per "non farlo e trovare un'altra soluzione al bilancio energetico".


Butto lì una battuta: che voto ti avrebbe dato la tua maestra delle elementari se al tema "racconta la tua giornata" avessi scritto "SÌ" o "NO"?

E noi riduciamo i prossimi dieci (e più) anni di pianificazione energetica di un Paese a slogan per un sì o per un no?

Quindi, andare o votare o no?
Ma certo che sì: non andarci significa dire alla Casta "ce ne freghiamo, fate quello che vi pare".


P.S.: Idem per la "questione dell'acqua": questione tecnica ridotta ad una scelta binaria. Il Legittimo Impedimento è una porcata che va cancellata dalla Storia il prima possibile, su questo non ho il minimo dubbio: bisogna metterci un SÌ bello deciso.

5 commenti:

Luca Bonisoli ha detto...

Non sono del tutto d'accordo su quello che dici, per alcuni motivi:

1 - Tu scrivi: "trovo una boiata [...] mettere in mano al popolo (anziché ad una commissione tecnica [...] di incensurati) una questione complessa come lo sviluppo energetico di un Paese" e qui ci sono diversi punti su cui non sono d'accordo.
Primo: secondo la Costituzione la sovranità appartiene al popolo, che quindi ha tutto il diritto di esprimersi.
Secondo: questa consultazione referendaria è un'eccezione, non la regola: la politica energetica è normalmente prerogativa del governo e del parlamento, che commissionano abitualmente studi ad esperti del settore.
Terzo: il fatto che gli esperti siano incensurati non garantisce affatto che siano imparziali, anche perchè gli esperti verosimilmente sarebbero scelti con criteri che sono tutto tranne che scientifici (vedi la commissione di 24 "saggi" che ha riformato le norme ambientali nel 2006).

2 - Scrivi anche: "non è che ci siano due scelte 'nucleare sì' e 'nucleare no'", invece io sono dell'idea che prima o poi a questa scelta ci si debba necessariamente arrivare, e che non sia affatto scontata. Personalmente sono al 100% contrario al nucleare in Italia (la ritengo una scelta controproducente sia dal punto di vista economico che ambientale, anche alla luce delle possibili alternative, ma questa non è la sede per approfondire).

3 - Stesse considerazioni del nucleare valgono per i referendum sull'acqua: è vero che si tratta di questioni tecniche che non andrebbero ipersemplificate e ridotte a slogan, però i quesiti del referendum ("vuoi cancellare la norma XYZ?") mi sembrano del tutto legittimi. Personalmente sono favorevole all'abrogazione di quelle norme, perchè spostano il sistema in direzione di una gestione privata di servizi pubblici essenziali come il servizio idrico integrato, per di più con un rendimento fisso garantito per legge (la gallina dalle uova d'oro per chi se lo aggiudica). Nella mia ottica, invece, i servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione, acqua, rifiuti, ecc...) dovrebbero essere sempre pubblici, in un'ottica di servizio e non di lucro.

Mattia Bulgarelli (K. Duval) ha detto...

Premesso che andrò a votare e, salvo cambiamenti dell'ultimo minuto, voterò NO-SÌ-SÌ-SÌ, cerco di spiegarmi meglio e di non moltiplicare i punti.

1 - Tutto giusto, certo, ma c'è un grave effetto distorsivo di slogan, partitismi, disinformazione più o meno pilotata.

Fare un referendum su un argomento "caldo" per via dell'attualità significa fare il bis del referendum sul nucleare fatto nell'immediato post-Chernobil.

Si può votare la soluzione migliore per i motivi sbagliati? Succede.

Nota a margine: quell' "incensurati" era da prendere come commento "a margine" tanto per dire "con ciò NON intendo una roba tipo prendere degli yes-man che firmano qualsiasi cosa purché faccia piacere al loro superiore di partito". Quindi sì, siamo d'accordo nella sostanza, e io, nella forma, ho messo una partolina che voleva tappare un buco ed ha aperto una voragine.


2- Se hai un po' di materiale o anche solo qualche commento sulle possibili alternative, manda per mail che mi interessa.


3- Ora spiego il perché del mio "voto disgiunto".
La norma sulla privatizzazione, presa così, non mi pare malvagia.
Portare il mercato dell'acqua verso condizioni di efficienza è utile? Sì.
Necessario? Forse.
Si può ottenere con la privatizzazione (che, nella norma, sarebbe non completa ma parziale e progressiva)? Forse.

Il secondo quesito, che vuole abrogare una tariffa extra che diventa, come dici, di fatto un rendimento fisso, è non solo legittimo, ma sacrosanto: ma come, vuoi privatizzare per avere efficienza, e poi TOGLI efficienza introducendo una redditività extra indipendente dal servizio? MA SIAMO MATTI???

Luca Bonisoli ha detto...

Onestamente il concetto che "il settore pubblico è sempre inefficiente e quello privato è sepre efficiente, quindi per migliorare l'efficienza si deve privatizzare" non mi convince granchè, soprattutto quando applicato a servizi come la rete idrica, per due ordini di motivi:
- La gestione sarebbe sostanzialmente in regime di monopolio (una volta assegnato l'appalto, il gestore del servizio idrico rimarrebbe uno solo per molto tempo e per intere città, se non intere province).
- I cittadini non potranno mai fare a meno di quel servizio.

Se io fossi un privato senza scrupoli e mi trovassi per le mani la possibilità di lavorare senza concorrenza in un campo dove gli utenti non possono fare a meno dei miei servizi, l'efficienza mi interesserebbe ben poco: sarebbe molto più semplice e redditizio fornire un servizio mediamente inefficiente e alzare i prezzi per compensare perdite, lacune e sprechi.

Nulla vieterebbe quindi ad un privato di tenere un approccio inefficiente al pari di un "ente pubblico" (inteso qui nel senso peggiore del termine), con la differenza che alla fine della catena i soldi arricchirebbero pochi privati anzichè essere sfruttati dai Comuni per fornire i servizi di cui sono titolari.

Ecco perchè sono contrario alla privatizzazione di quei servizi.

Mattia Bulgarelli (K. Duval) ha detto...

La questione non è semplice, e andrebbe affrontata dati alla mano.

Un ente pubblico può e a volte deve permettersi di essere inefficiente in termini di bilancio (es.: un servizio di erogazione sussidi per famiglie disagiate è "in perdita" per sua stessa natura!).

Alle volte, la non-necessità di raggiungere un pareggio di bilancio ha aperto dei buchi di bilancio a carico della collettività. Alle volte, è stata la falsa equazione "pubblico = non può fallire = freghiamocene degli sprechi".

Un regime di oligopolio (o di monopolio di fatto per alcune zone) a condizioni imposte per gara d'appalto sarà, tutto considerato, più o meno efficiente, a livello collettivo, rispetto al monopolista pubblico?

La risposta lunga passa attraverso margini di profitto, percentuali di partecipazione pubblica (che ci sarà comunque anche con la normativa vigente, vincesse il "no"), standard qualitativi, tassazione al gestore, tasse pigouviane...

...la risposta breve è "forse".

Ovvero: dipende dalle condizioni tecniche di mercato (il cui lo Stato può intervenire fissando le condizioni del bando di gara di privatizzazione).

Ovvero, torniamo al punto principale: come si può decidere "per principio" su una questione tecnica, di bilanci e di previsioni di mercato e di condizioni di gara e di gestione, su cui il cittadino medio non è assolutamente informato?

Luca Bonisoli ha detto...

Per come la vedo io, la scelta non può che essere "di principio".
Infatti, esaminando tutte le variabili che (giustamente) andrebbero considerate, emergerebbero un'infinità di singoli casi in cui a volte la gestione privata è migliore di quella pubblica ed altre volte è il contrario.

L'approccio "scientifico" corretto sarebbe studiare a fondo questi casi individuando quali sono i parametri entro cui conviene il pubblico piuttosto che il privato e viceversa, per poi scrivere una legge che tenga conto di questi parametri.

In realtà un simile approccio non è possibile, perchè si scontra con interessi incrociati ed incompatibili tra loro: gli imprenditori diranno sempre che la privatizzazione è l'unica via per rendere il servizio efficiente, mentre i Comuni diranno sempre che la gestione pubblica è l'unico modo per evitare che i privati speculino su un servizio essenziale. Alla fine, tolte le argomentazioni di principio, entrambi i soggetti vogliono incassare le bollette dell'acqua. Visto però che questo non si può dire, tutto viene ridotto a slogan ed a questioni che hanno una forte risonanza emotiva.

Per chi vuole informarsi seriamente, gli approfondimenti su internet e i giornali non mancano; per gli altri, invece, l'unica possibilità di informazione purtroppo è data dagli slogan.